Una vita donata
Padre Ignazio Rossi da Carrara
Una vita donata
di
Padre Tarcisio Marco Mascia
A 80 anni dalla sua morte, un ricordo di P. Ignazio Rossi da Carrara, che trascorse dieci anni a Cagliari (1920-1930), dove si distinse per il suo zelo apostolico e per le sue numerose iniziative – Nel 1921 fondò il periodico mensile Voce Serafica della Sardegna e costruì il Seminario Serafico per la formazione dei ragazzi candidati alla vita religiosa – Terminata la sua missione in Sardegna, si rese disponibile per la missione in Brasile, dove rimase dal 1931 al 1934 – Rientrato in patria, passò il resto della sua vita a Forte dei Marmi – Qui, durante il conflitto mondiale, nel 1944, morì assassinato dai nazisti.
Nel 2021 vedeva la luce una biografia di Padre Ignazio Rossi da Carrara (1866-1944), frate cappuccino, tragicamente scomparso a Forte dei Marmi, ucciso dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. L'Autrice ha raccolto nel libro il frutto delle sue ricerche.
Oltre agli abitanti di Forte dei Marmi, la figura di P. Ignazio può interessare anche quanti ebbero la grazia di conoscerlo al di fuori della Toscana. Infatti egli trascorse dieci anni in Sardegna, a Cagliari, dal 1920 al 1930, dove fu superiore del locale convento e dove svolse un'intensa attività apostolica. Altri tre anni li trascorse in Brasile come missionario.
Seppi per la prima volta di P. Ignazio quando, ancora ragazzo, mi imbattei in un articolo pubblicato su un quotidiano sardo nel 1959, scritto dal noto giornalista Antonio Ballero. Qualche mese dopo, l'articolo venne ripubblicato su Voce Serafica della Sardegna, il mensile dei Cappuccini Sardi, fondato nel 1921 dallo stesso P. Ignazio. Il suo nome mi restò impresso nella memoria e cercai, quando potei, di saperne di più.
P. Ignazio non era sardo. Infatti vide la luce in un paesino della Lucchesia (Bedizzano) il 25 aprile 1886 e al fonte battesimale gli furono messi i nomi di Luigi Francesco Pasquale. Era quinto degli otto figli della famiglia Rossi. Si rivelò molto presto come un ragazzo intelligente, che amava studiare e conseguire dei buoni risultati. Incoraggiati dagli insegnanti e dal parroco, i genitori decisero di mandarlo al collegio di Camigliano, presso Lucca. Così nell'estate del 1889, a tredici anni, Luigi Francesco Rossi faceva il suo ingresso nel Collegio Serafico dei Cappuccini a Camigliano.
Qui il ragazzo non faticò ad ambientarsi e ad amare la vita ordinata, scandita da orari precisi, illuminata e sostenuta dalla preghiera e dallo studio. In questo ambiente sereno incominciò a conoscere e ad amare la figura del Poverello d'Assisi e qui sbocciò anche la sua vocazione alla vita religiosa e al sacerdozio.
Nel 1901 quel desiderio si tradusse nella richiesta di entrare tra i Cappuccini. Inizia così il suo noviziato a Villa Basilica con la vestizione dell'abito cappuccino e l'imposizione del nome di fra Ignazio da Carrara: Ignazio, come Ignazio di Antiochia o come Ignazio di Loyola, ma soprattutto come Ignazio da Laconi, allora Venerabile, che imparerà a conoscere quando approderà in Sardegna.
L'anno seguente, il 6 maggio 1902, all'età di 16 anni, Fra Ignazio emette i voti semplici, promettendo «di osservare la vita e la regola dei Frati Minori Cappuccini vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio ed in castità». Tre anni dopo, l'11 maggio 1905, consacra definitivamente la sua vita al Signore con la professione perpetua. Adesso è totalmente del Signore. Intanto continua i suoi studi di filosofia e di teologia a Monte San Quirico, studi che si concluderanno con l'ordinazione presbiterale il 28 ottobre 1908 nella Cattedrale di Lucca.
Nel giugno 1914, P. Ignazio è nominato guardiano del convento di Villa Basilica. Ma i tempi si fanno difficili. Scoppia la Prima Guerra Mondiale. Anche l'Italia entra in guerra il 24 maggio 1915. P. Ignazio chiede e ottiene di partire al fronte come cappellano militare nel novembre di quell'anno. Fu un'esperienza terribile, la sua: "Conosce la fame, la paura, il terrore, la crudeltà bestiale e sanguinaria come mai avrebbe potuto immaginare. Soccorre, raccoglie i poveri corpi martoriati, dà l'estrema unzione, prega intensamente, aiuta come può gli infermieri e la Croce Rossa." (M.A. Barberi, o.c., p. 45).
A guerra terminata, P. Ignazio nel 1919 è nominato guardiano del convento di Monte San Quirico. Ha trentatré anni: è sano, forte, colto, stimato. È soprattutto pronto per svolgere la missione che la Provvidenza gli assegnerà molto presto.
La prima missione
Nel maggio 1920 si celebrò a Roma il Capitolo Generale dei Frati Cappuccini, nel quale fu eletto come Ministro Generale il P. Giuseppe Antonio da Persiceto, alunno della Provincia Bolognese. Quell'anno segna anche una data importante per i Cappuccini Sardi, governati fino all'anno precedente dal P. Martino da Sampierdarena, Commissario Provinciale. Per ragioni di salute questi si era dimesso dall'incarico e perciò il nuovo Ministro Generale, col consenso del Definitorio Generale, con decreto del 15 ottobre 1920 nomina P. Angelo da Terrinca, della Provincia di Lucca, Commissario Provinciale del Commissariato di Sardegna. Con Decreto del 23 ottobre 1920 sono nominati assistenti P. Ignazio da Carrara (anche lui della Provincia di Lucca) e il P. Luigi da Ploaghe, alunno del Commissariato Sardo.
P. Angelo giungerà in Sardegna la sera del 5 novembre 1920; P. Ignazio vi giungerà qualche giorno dopo (il giorno preciso del suo arrivo non lo sappiamo). Incomincia così il decennio lucchese. A questa data, il Commissariato Sardo conta 5 conventi, 12 sacerdoti, 4 chierici e 12 fratelli laici. Nel gennaio successivo sono rese note le nuove fraternità. P. Ignazio è il nuovo guardiano di Cagliari e suo vicario è il P. Raffaele da Santa Giusta.
Come si presentava l'isola agli occhi dei due nuovi arrivati? Non sappiamo. Certamente la Sardegna si presentava come una terra segnata dalla povertà e dalle altre piaghe ben note. Comunque nel primo dopoguerra l'Isola era attraversata da profonde lacerazioni sociali e dalla nascita di diversi raggruppamenti politici, ispirati da opposte ideologie. Nel contempo quello fu anche un decennio di grandi progetti di sviluppo economico. È di questi anni la costruzione della grande diga del Tirso e del lago Omodeo, che permetterà l'attuazione di grandi bonifiche agrarie. Erano anche gli anni in cui i sardi prendevano coscienza di se stessi in quanto popolo e della loro appartenenza alla patria comune.
P. Ignazio fu per dieci anni guardiano del convento di Cagliari e durante questi anni intraprese numerose e importanti iniziative: fondò nell'aprile del 1921 la rivista mensile Voce Serafica della Sardegna (tuttora edita e sostenuta da migliaia di abbonati) con le seguenti motivazioni: far conoscere l'Ordine nell'Isola e diffondere la devozione al Ven. Fra Ignazio da Laconi. In questo stesso anno realizzò, nello spazio attiguo alla chiesa, il salone per ospitarvi gli incontri dell'Ordine francescano Secolare.
Nel maggio del 1922 per la prima volta viene predicato il mese mariano nella chiesa di Cagliari. Il giorno 11 ebbe luogo la commemorazione solenne del Ven. Fra Ignazio da Laconi. Terminato il mese mariano, P. Ignazio fece collocare la statua della Madonna della Consolazione (quella che aveva parlato al Ven. fra Ignazio) nella nicchia attuale, vicino alla cella del Venerabile.
Nel 1923 sono effettuati dei lavori nella chiesa di Cagliari, in particolare la ristrutturazione dell'altare maggiore con l'apertura dell'arco centrale e i due laterali per collocarvi il gruppo statuario del Crocifisso con San Francesco al centro e le statue di San Ludovico e S. Elisabetta, patroni del Terz'Ordine, ai lati. Nel 1925 P. Ignazio avviò la costruzione della nuova ala del convento per ospitarvi il Seminario Serafico.
Il giorno 9 maggio giunse a Cagliari il nuovo Ministro Generale P. Melchiorre da Benisa. Ad attenderlo al porto le autorità della città e una grande folla. L'11, giorno dedicato al ricordo del Ven. Fra Ignazio, fu una grande festa. Alla sera si tenne la commemorazione del Venerabile con canti e discorsi. Nell'occasione si alzò a parlare il P. Ignazio, che nella cronaca scrive: «Il pubblico, fremente di gioia, gli regala una commovente dimostrazione di stima e d'affetto. Ogni sua parola è ripetutamente e lungamente applaudita. È un momento solenne, tutti gli animi sono commossi.» Parole che manifestano l'affezione della gente di Cagliari nei confronti di P. Ignazio.
Il 12 maggio 1928 a Cagliari ebbe luogo la solenne incoronazione della statua di N. Signora della Consolazione per mano del vescovo di Ozieri, Mons. Francesco Maria Franco. «La sera l'immagine venerata fu trasportata sulla spianata dinanzi alla Chiesa, perché le corone d'oro per le mani pontificali cingessero il suo augusto Capo, insieme a quella del Divin Figlio». Le corone erano state presentate a Pio XI da P. Ignazio da Carrara, guardiano del convento di Cagliari. «Il sommo Pontefice, ammirato il lavoro, se ne compiacque, le benedì, benedicendo pure il Padre, cioè il latore delle medesime e la famiglia Cappuccina. »
Nell'autunno del 1928 si manifestò un certo malessere nel rapporto tra i frati del Continente e quelli sardi. Da questi fu redatto un memoriale, firmato da tutti, per far conoscere "tutti i difetti dei poveri continentali". Il testo fu spedito alla S. Congregazione e ai Superiori dell'Ordine.
L'Ordine inviò un visitatore nella persona di P. Valdimiro da Grignano. La congregazione ne nominò un altro: Mons. Anastasio Rossi, ex arcivescovo di Udine e Patriarca latino di Costantinopoli. La situazione si risolve definitivamente nell'aprile 1930, quando il Ministro generale, P. Melchiorre da Benisa, invia ai religiosi del commissariato un Decreto, in base al quale, in esecuzione degli ordini della S. Congregazione dei Religiosi, il Commissariato «rimane canonicamente incorporato alla nostra Provincia di Roma. »
Il 7 maggio 1930 P. Ignazio lascia la Sardegna. Con quale stato d'animo? Un soggiorno di dieci anni, ricco di iniziative, di opere e di zelo apostolico, suscitando ovunque apprezzamento e ammirazione, non si può concludere senza rammarico e delusione davanti al precipitare degli eventi.
La missione brasiliana
Conclusa l'esperienza sarda, P. Ignazio rientra in Provincia e viene destinato a Forte dei Marmi, anzi più precisamente a Vittoria Apuana. «Tutto da ricominciare, un nuovo inizio, nuovo ambiente, portare avanti la costruenda chiesa con convento e di nuovo impegnarsi con tante energie. Ma forse provava amarezza, delusione per quanto era avvenuto in Sardegna.»
Grazie alla collaborazione di tanti benefattori, la costruzione della chiesa andò avanti rapidamente. Ma per P. Ignazio stava per iniziare una nuova stagione: nel 1931 andrà missionario in Brasile.
Alla provincia di Lucca, dopo aver lasciata la Sardegna, fu affidata la Missione in Pernambuco. P. Ignazio ritiene in un primo tempo che il Signore lo chiami alla nuova missione brasiliana. Ma inizia a non sentirsi bene e allora scrive ai Superiori manifestando il suo ripensamento. Ma i Superiori non vogliono sentire ragioni. Il 28 maggio si parte con la nave da Genova per Rio de Janeiro e poi per Pernambuco.
Arrivato nella Missione, P. Ignazio sta male, si sente debole, non ha appetito, una febbriciattola lo assale quasi quotidianamente. È la malaria? Nel 1932 chiede di ritornare in Provincia per motivi di salute. Domanda respinta. Riproverà l'anno seguente. Questa volta può tornare. Il 6 maggio 1934 lascia il Brasile e giunge a Napoli. Di qui si reca a Roma per farsi curare.
Un nuovo inizio
Rimessosi in salute, P. Ignazio ritorna a Vittoria Apuana. Dove si dedica ai lavori della Chiesa, ormai vicini alla conclusione. Nel 1940 viene nominato parroco. Terminati i lavori, fa collocare nella chiesa la statua di San Francesco, riproducente il quadro del Murillo: l'abbraccio di san Francesco al Cristo in croce. All'inaugurazione erano presenti anche il Card. Salotti e il filosofo Giovanni Gentile.
Intanto, come si vede nelle foto dell'epoca, P. Ignazio appare invecchiato, ma è ancora pieno di intraprendenza, cura le pubbliche relazioni e si prodiga attivamente per venire incontro alle esigenze della comunità.
In guerra, tra le bombe e le distruzioni
Il 10 giugno 1940 l'Italia entra in guerra a fianco dei tedeschi. Una guerra feroce e senza risparmio di colpi. Subito ci si rende conto che non è una guerra lampo, come si riteneva. Si fa sentire la fame, tutto è razionato e la gente cerca di sopravvivere come può.
Con l'armistizio del settembre 1943, l'Italia precipita nel caos, mentre il Re e Badoglio si rifugiano a Brindisi. Con lo sbandamento generale, i tedeschi occupano e mantengono il controllo militare di mezza Italia.
Anche Forte dei Marmi è occupata dai nazisti. Case e alberghi vengono requisiti dagli occupanti. P. Ignazio rimane sul posto ma partecipa ai lutti e alle preoccupazioni di quanti hanno i loro cari al fronte. A novembre '43 le prime bombe cadono vicino al convento. «La vista del sangue, del dolore, le macerie sotto cui si anaspava per trarre fuori i corpi dilaniati, le urla, il pianto delle donne e degli uomini, l'odore nauseante della polvere da sparo, i calcinacci, l'andirivieni delle ambulanze e dei portantini, il suono acuto delle sirene, il buio squarciato da poche lampade fino all'alba… tutto faceva orrore. Adesso si capiva fino in fondo cosa volesse dire la parola 'guerra'…» (M.A. Barberi, o.c., p. 103).
Con l'arrivo dei tedeschi a Forte dei Marmi, la popolazione deve trasferirsi a Retignano. Ma P. Ignazio si rifiuta di lasciare il suo posto, rifiuto che gli sarà fatale. «Finché nel quartiere vi sarà un parrocchiano – aveva detto al comando tedesco – il parroco ha il dovere di stargli vicino.»
Tardo pomeriggio del 15 settembre 1944: P. Ignazio sta rientrando in convento e si dirige verso il rifugio, nell'orto. Un testimone riferisce che i tedeschi rincorrono il Padre che andava a nascondersi. Ad un certo punto sente che P. Ignazio li supplica di non ammazzarlo. Vista inutile la supplica, P. Ignazio esclama: «Gesù mio, misericordia!» Una scarica di mitra mette fine alla sua vita terrena.
«Quando giunse la piena luce del giorno – scrisse l'attrice M. Melato, che ben conosceva e stimava P. Ignazio – lo abbiamo scorto nell'orto della chiesa, in terra, con le braccia incrociate sul petto e con gli occhi spalancati rivolti al cielo. Il sangue che gli era uscito da un foro nella tempia si era sparso sulla sua barba bianca e sulla tonaca. Non potendo reggere a tale vista sono fuggita singhiozzando.»
P. Ignazio era rimasto così, con le braccia incrociate sul petto e gli occhi spalancati verso il cielo.
Sorella Morte lo aveva preso tra le sue braccia per ricondurlo alla Casa del Padre.
P. Tarcisio Marco Mascia

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