Centovent'anni fa il ritorno dei frati nel Convento di Buoncammino
Storica seduta del Consiglio Comunale di Cagliari
Centovent'anni fa il ritorno dei frati
nel Convento di Buoncammino
di Padre Tarcisio Marco Mascia
Cagliari, L'antico Palazzo Comunale.
Cagliari. 30 novembre 1903, Palazzo di Città: una data storica. È di questo giorno la delibera del Consiglio Comunale di Cagliari circa la cessione dei locali del Convento Sant'Antonio ai Cappuccini. In quegli anni il Consiglio Comunale si riuniva ancora nello storico palazzo municipale (costruito nel sec. XIV), situato in Piazza Palazzo, nel quartiere medievale di Castello. Solo alcuni anni più tardi si sarebbe trasferito nella nuova sede del Palazzo Baccaredda, in via Roma, inaugurato nel 1907.
L'Unione Sarda del 1° dicembre di quello stesso anno 1903 pubblicava una sintesi dei lavori del Consiglio. L'assemblea era presieduta dal sindaco Comm. Picinelli. Alle ore 20 ebbe inizio la seduta. Erano presenti i Consiglieri: Alagna, Colomo, Desogus, Fadda, Fara, Manca, Marongiu, Meloni, Mulas-Mameli, Peluffo, Ravenna, Sanjust-Amat, Spano, Vivanet e Zara. Chi erano questi personaggi che partecipavano al Consiglio di quel giorno?
Del sindaco, Comm. Picinelli sappiamo che era amico di Ottone Baccaredda e faceva parte del gruppo politico detto «La Giovane Sardegna». Il gruppo aveva intrapreso la lotta contro la vecchia classe dominante. Dal 1902 al 1904 fu sindaco della Città.
Degli altri consiglieri non sappiamo molto. Alcuni di loro appartenevano verosimilmente ad alcune note famiglie cagliaritane (per esempio, Sanjust-Amat, Vivanet).
Il Sindaco, quella sera del 30 novembre, aprì il dibattito riferendo sulla domanda dei frati cappuccini di riavere, a titolo oneroso, la Chiesa, i locali annessi, un orto e un terreno roccioso. Egli, prima del dibattito, riassunse tutta la vicenda: che cioè la domanda dei frati era stata accolta favorevolmente ma poi non fu approvata perché «non era lecito al comune di addivenire a una cessione gratuita». A questo punto i richiedenti si erano rivolti nuovamente al comune dichiarandosi «pronti ad addivenire ad una concessione onerosa». Nella vicenda si era poi inserito il Ricovero di mendicità, il quale sosteneva che «i locali gli erano stati concessi e che per conseguenza il municipio non avrebbe potuto disporne».
Ma si fece notare che al ricovero era stato concesso soltanto l'uso dei locali, non la proprietà. L'amministrazione del ricovero aveva intanto lasciato ai frati una parte dello stabile senza provvedere alle spese di restauro, che sarebbero state ingenti. Il Comune si era detto di non avere i mezzi per affrontare le spese di restauro e perciò aveva respinto la domanda dei frati. In seguito i frati si erano nuovamente rivolti al Comune, insistendo perché la concessione venisse fatta a loro. Anche stavolta la domanda era stata respinta.
I frati però non si arresero e questa volta si erano rivolti al Municipio per avere la cessione a titolo oneroso. Essi si sono detti pronti a corrispondere la somma di £ 3.000 per diventare proprietari della chiesa, dei locali annessi, dell'orto e di una parte considerevole di terreno roccioso, eslusa la parte già accordata all'Istituto dei Ciechi. Il Comune in tal caso sarebbe stato esonerato dal provvedere al restauro dei locali e il ricavo della vendita sarebbe stato devoluto a favore del Ricovero, obbedendo così al disposto della legge. L'Amministrazione del ricovero, dal canto suo, si sarebbe detta disponibile a corrispondere ai frati la somma di £ 250 annue per il servizio spirituale.
Chi dei frati aveva condotto la «trattativa» per il recupero del convento era il P. Mauro da Subiaco, al secolo Gaetano De Sanctis, religioso intelligente e colto, instancabile e deciso. Nonostante i vari tentativi andati a vuoto, egli non si stancò di ritornare «alla carica» fino a raggiungere l'obiettivo prefissato.
Dunque, dopo l'introduzione del Sindaco, si apre il dibattito sulla questione. Il primo a prendere la parola è il Consigliere Desogus, che rileva lo stato «deplorevolissimo» in cui si trovavano i locali in questione, al punto che per il loro riattamento ci vorrebbero non 1.500 lire ma cinque o seimila. «Il convento – dice – allo stato in cui ora è, non è un locale d'abitazione ma una vera e propria spelonca, una spelonca tale che se io avessi un cane, anche arrabbiato (si ride), non lo metterei…» Sottolinea che «bisogna anche tener conto delle benemerenze di questi frati, che prestano il servizio spirituale al Ricovero di Mendicità ed all'istituto dei Sordo-Muti…». Aggiunge che c'è anche una ragione di giustizia. «Il convento era loro proprietà. Ora se di questo se ne restituisce un pezzetto non è gran cosa. Dunque un po' di giustizia, perché è roba loro. » L'oratore conclude augurandosi che il Consiglio vorrà accettare la domanda.
Seguono gli interventi degli altri Consiglieri, che in parte condividono la proposta favorevole del Consigliere Desogus e in parte propongono alcune modifiche circa la formulazione del testo riguardante la cessione dei locali indicati. Il Consigliere Marongiu vorrebbe che il Municipio rinunciasse alle 3.000 lire e che i frati si obbligassero a prestare gratuitamente il servizio religioso oltre che al Ricovero anche ai sordomuti e ai Ciechi. Ma il Sindaco obietta che non è possibile la concessione gratuita, perché si opporrebbe l'autorità tutoria.
Interviene a questo punto il Consigliere Nobilioni, presidente del Ricovero di Mendicità, che si dice favorevole alla cessione con le condizioni proposte dagli stessi frati. Si dicono favorevoli all'accoglimento della proposta anche i Consiglieri Colomo e Vivanet. A quest'ultimo tuttavia non pare giusto che il ricavo della vendita vada interamente a favore del Ricovero. Una parte, a suo avviso, dovrebbe andare anche agli altri istituti cittadini. Si dice favorevole anche il Consigliere Sanjust, ma ricorda che il Ricovero dovrebbe godere dell'intero ricavo per i diritti che vanta sui locali da cedersi.
Infine, concluso il dibattito, il Consiglio approva all'unanimità la proposta di concedere al Padre Gaetano De Sanctis (firmatario dellla domanda) la Chiesa, i locali annessi, l'orto e l'area di terreno roccioso, per il corrispettivo di lire 3.000 che il comune verserà al Ricovero di mendicità, con l'obbligo da parte dell'amministrazione di capitalizzare detta somma; con la condizione che l'acquirente assuma l'obbligo della manutenzione dei locali e del servizio spirituale verso il Ricovero stesso per l'annuo assegno di lire 250.
La delibera del Consiglio Comunale è datata 30 novembre 1903. Il contratto di compra-vendita sarà firmato il 13 febbraio del 1904, giusto centovent'anni or sono. Segnerà anche l'inizio di una nuova storia. I frati ritornano là dove tutto era incominciato.

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